tutto quello che c’è – Malika @ Mavù

La giornata di Malika era iniziata bene. Con una mail che nemmeno le pubblicità di Mastercard avrebbero potuto contemplare.

Poi era proseguita meglio: ci sono concerti che vanno vissuti in gruppo, altri che vanno vissuti romanticamente. Se è vero che non tirerò mai fuori i miei amici dalla mia vita, è anche vero che certe situazioni vanno bene così come sono. E perciò, quando ho saputo che si partiva in 2, ho emesso un gridolino di felicità.

Poi, l’intuizione: l’Assunta. Chi ci conosce sa quanto la gastronomia incida sul mood delle giornate. E il mood, già divino per Malika, diventò leggenda. “mi dia due pezzi di focaccia con la salsa rosa, grazie”.

Ora basta con le note di colore, non voglio assolutamente togliere spazio alla regina del colore  (che non è una variabile del poker)

Le luci erano perfette. Mi dispiace che il Mavù (per quello che mi racconta il mio socio) sia uno di quei posti in cui ci si va per status, mi dispiace che dopo concerti perfetti come quello di malììkaiàn inizi la classica serata con i suoi riti e persone che hanno perso ogni contatto con se stessi per trasformarsi nello stereotipo del giovane cacciatore in camicia a righine, ospiti ideali di Giamp Tarantini.

Nel paesaggio dolce e arcaico della valle d’Itria il mare c’è, ne senti la brezza ma non lo vedi, è oltre le alture lievi, morbide da sembrare un cuscino. I salottini con i pouf avorio su pedane galleggianti su una distessa di ciottoli dolci e bastardi per le signorine coi tacchi a spillo, le tende svolazzanti (c’era il vento, ed era perfetto), le lampade sospese con la loro luce arancione, calda e rassicurante. La masseria intonacata di rosso, i trulli dietro e di fronte al palco. Una cornice abbastanza magica per accogliere duni e me che di magie ne facciamo tante.

Su Malika mi sono speso in tempi non sospetti (dicembre 2008 – http://www.coolclub.it/recensioni.html?view=item&item_id=134), oltre a farla finire su Controradio prima che il vento, il tempo, il sesto senso ma sopratutto questa maledeeeetta nostalgia la portassero dove deve stare. Ovvero, in alto.

Non l’avevo mai sentita dal vivo, e avevo deciso di aspettare un altro po’. Poi, complici le fughe silane, ci siamo ritrovati a poterla subito mettere alla prova del mio padiglione auricolare.

Bene, Malika è entrata di diritto nel novero, in verità molto ristretto, di cantanti la cui voce è più figa dal vivo che in studio. Giusto per farvi capire quanto possa essere stretto il novero (ma poi, cos’è un novero? E perchè è stretto?), vi cito altre artiste (si, il novero è pure un sostantivo femminile a sto giro) annoverate (oh, ecco perchè si dice annoverate! Perchè sono state inserite in un novero!):

Beth (il cognome è superfluo, comunque fa Gibbons. Per me è solo Beth. E non me ne vogliano tutte altre Beth del mondo, a cui dedicai pure una top five.)

Bjork

Patrizia Laquidara

…basta.

Se la voce è stata strepitosa, devo però riconoscere che l’aspetto più significativo del concerto è quello relativo agli arrangiamenti. Il cd è plastificato, iperprodotto (a me piacciono i cd iperprodotti, quindi a me sta benissimo così), quindi avevo manifestato qualche perplessità sulla resa dal vivo.

A proposito, una pernacchia a Maruzza: guarda cosa ho trovato su Myspace:

Il disco si avvale dei contributi artistici di alcuni importanti nomi dell’ambiente musicale internazionale: Tom Elmhirst (Amy Winehouse, Adele, Lily Allen, Moby, Maroon5 & Mary J. Blige)

E invece il maestro chitarrista che iniziava con la C sapeva il fatto suo, la violoncellista si scialava, il tipo che gestiva tastiere ed elettronica era a suo agio.

Il pubblico gode, ma aspetta lacanzonedellavodafone (Feeling Better) per muovere la testolina. Chiede bis, tris, contorno, frutta e dolce. E ha due volte questa canzone qua, che io passavo a Basette l’anno scorso, che è già finita nel novero (angor) delle canzoni che uniscono i due scrittori di questo blog, il cui video è qui sotto. Contro il veehnto.

qui il video ufficiale

la mimma #2 (Mimma la ritardata #1)

(questo video è un live a Mosca, 2003. 15 anni dopo il successo in Italia)

Vedere i baffi di Franco Gatti muoversi sarà sembrato a molti un semplice effetto collaterale di ciò che era contenuto nelle loro bottigliette da mezzo litro. Ma per noi è stato qualcosa di più.

#1 en Italie citava il retro della copertina (che potete vedere in fondo al post in versione originale) agitata e videotaroccata in diretta dai belgi Soulwax i quali, proprio a causa di quella improbabile dicitura francese che raccontava degli italici successi, tradivano le loro origini valloni.

I Ricchi e Poveri ad un dj-set? I Ricchi e Poveri in mezzo alle anfetamine? Sì, è successo. Ed è successo in quello che, a mio avviso, è il miglior dj-set sul mercato nel mondo. E lo è già da alcuni anni, a mio avviso.

Lo conferma il fatto che 2 Many Dj’s (è questo il nome dei Soulwax alle selezioni musicali) abbiano miscelato la voce dell’indimenticabile Marina Occhiena con quella di Brian Johnson, il frontman degli AC/DC.

Io credevo che “sarà perché ti amo” fosse un must per la dance da festa di 18 anni (insieme a Maracaibo e al sempreverde Gloria). Poi ho avuto da ricredermi, ed è successo in un palasport in cui anche la superfiga squadra di Csi (Las Vegas, ovvio) avrebbe avuto seri problemi a capirci qualcosa.

Maru al suo primo incontro con una serata coi controcoglioni si è arresa al fascino delle cose fatte bene, al piacere del divertirsi dove gli altri pensano solo alla via più breve per non pensare, il divertimento di avere accanto un Duni che le azzecca tutte e si compiace, la bellezza di seguire la trama fitta fitta e raffinata che legava i pezzi tra di loro.  Peccato che ce ne siamo accorti solo in 4 in tutto il Palazzetto: duni, io e i 2 dj.

Ricchi E Poveri Back


la mimma #1

(la Mimma è una selezione domenicale di canzoni che, per quale motivo non sempre limpido e nobile, ci folgorano nel corso della settimana)

La Mimma si chiama così perché il copy della coppia è quello che è ed io troppo pigra per inventare un altro nome.

Barry White – just the way you are

La canzone di tutti i matrimoni, cattolici e pagani. Canzone bellissima, video che finisce direttamente negli annali del cult. Luci soffuse ma che riescono a dotare il Nostro di un’aurea magica e quasi divina, artista che incarna con pienezza il testo, recitazione suprema, ma sopratutto quel parrucchino così spudorato da apparire punk.

BARRYwhite Scopro che Barry White è morto, nell’Indipendence Day 2003, vanificando il mio desiderio di averlo al piano il giorno del mio  matrimonio. E’ morto (cito wikipedia, anzi, la parafraso) per complicazioni renali  a causa della sua mole: la morte di chi si è goduto la vita.

Gaudente e abbagliante, sicuramente buffo, immerso in uno spazio metafisico fatto di alberelli portatori di bagliore e pura plastica anni 70, poteva non conquistarci?

Si ok, però io al matrimonio voglio i Crookers.

e diNo disse: il mare

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E dire che al mare, quella mattina, non ci saremmo dovuti andare

Amenduni, quando si va in spiaggia, è vestito quasi serio. Sembra che prenda con più serietà questa occasione rispetto ad una intervista tv nel giorno della vittoria (elezioni amministrative bari, emiliano ndM). O, molto probabilmente, non ritiene la spiaggia un luogo degno della tremenda ironia delle sue t-shirt.
Domenica s’è dovuto ricredere: al frutta bar del Lido Boscoverde, a Torre Canne (supergiù) c’era (intenta a mangiare frutta più o meno accompagnata da alcol gradevolmente freddo) la crema radical chic, alternativa intellettualoide, un po’ a vela e un po’ a motore, musicalmente colta, naturalmente psichedelica di Bari.
Tutti a piedi nudi, sporchi di sabbia, abbronzati e sorridenti, coloratissimi come solo Michele Carofiglio in una giornata qualunque sa fare, fumacchianti, sorseggianti, canticchianti, tutti lì a parlare chissà di cosa cercando di urlare oltre il volume della musica.
Mi chiedevo se tutta quella gente il mare, quel giorno, lo avesse visto (dopo aver superato i cento metri di percorso tra le dune secolari) o se si fossero calati il costume da bagno e i vestitini svolazzanti solo per intrattenersi in amabili discorsi all’ombra del bar.
Mi sa che la prossima volta lo metto anche io un vestitino svolazzante accuratamente abbinato alla borsa di paglia e agli occhiali da sole, si sa mai Menduni potrebbe decidere di mettere su una delle sue magliette peggiori.

Masciopinto si è finalmente resa conto che anche a mare è bellissima. Superati i complessi minchioni delle femmine, ora si è ambientata perfettamente e, armata di macchina fotografica, vestitino e Cuba Libre, pensa alle cose veramente minchione: le mie t-shirt.

E’ la prima volta che siamo andati a Bosco Verde. Mi avevano detto che se avevi lasciato qualcosa in sospeso in ufficio durante la settimana, potevi chiudere il cerchio al bar di questa spiaggia di Torre Canne.

Della spiaggia, in realtà, è rimasto molto poco. Non più di 5 metri di battigia  ad altissima concentrazione abitativa. Montecarlo, Bombay e il brindisino hanno qualcosa in comune.

Abbiamo visto mondanità assortita, così come leggenda narrava. Bari c’era, anche se forse era un po’ più grande di noi. Abbiamo incontrato Scandale. Ci piace immaginarlo là, sempre, anche quando noi provavamo a buttar giù il programma del Ciccione.

A Bosco Verde ci torneremo, magari sistemandoci sul lato destro, quello ancora più mondano. A quel punto Maruzza inizierà a lamentarsi del fatto che saluto persone ogni 3 metri e odierà Bosco Verde.

E così non potrà assistere alle proposte marine di Duni: bando all’ironia (sono magliette ufficiali, con cui faccio le interviste ad Antenna Sud, non posso andare elegante a mare), sì allo sport. La maglietta della nazionale inglese di cricket chiede di essere rispolverata.

p.s. aaahah, tremendo Boogaloo.

Le rose sul pane tostato

Partiamo dalle cose serie: il miglior sashimi di Bari è qua.
Perchè ha presupposti molto poco giapponesi. Perchè dubito che l’aceto balsamico sia presente su tutte le tavole di Sapporo. Perchè riesce ad unire sapori contrastanti, e a farci mangiare tonno e vino rosso, dando un colore diverso all’abbinamento tra pesce e accompagnamento.

Ieri Giovanni ci ha servito un primitivo dolce, leggermente frizzante, totalmente fruttato. Da meditazione più che da pasteggio. E in effetti abbiamo meditato, siamo cresciuti. Come ogni sera in cui si riesce a parlare serenamente e lealmente.

Ah, e dell’antipasto non vogliamo parlare? Pane tostato distribuito in modo circolare su un piatto bianco, bello, fresco (può essere un piatto fresco? O sarà una suggestione?). Ah, e pensate che finisca così?
E il Lardo di Colonnata dove lo mettiamo?
(e l’occhio che ogni tanto intravedeva delle insalate con carpaccio di manzo? E il pesce spada, ancora da provare, in bella mostra nel menu?)

Sì, ieri sera siamo andati al Pane e Le Rose. In barba alle crisi.
Il posto, poi, è magico. Ma di questo parlerà chi è più bravo di me a farlo.

Non ho avuto modo di vedere il conto ma, fanculo la crisi, a noi piace imborghesirci, siamo o no (e qui fanculo anche la modestia) l’intellighenzia barese? Poi la crisi offre ottimi spunti per il dialogo (ma noi non ne abbiamo avuto bisogno)

Il pane e le rose è una sintesi: c’è il murattiano in una delle sue migliori espressioni, bari, c’è il sushi, l’esotico, c’è l’ambiente raccolto, il gusto per il ricercato e, per uno strano gioco di sovrapposizioni e associazioni mentali, c’è anche quel jazz accogliente che abbiamo celebrato nel primo post di questo blog.

I tavolini giusti per piccoli gruppi di  amici, tre, meglio due, la cucina a vista, le luci perfette per esaltare il bianco della volta della stanza e la pietra genuina del pavimento, una chianca da stalla, da ambiente di servizio, bugnata quasi rozza che si sposa a meraviglia con gli scaffali bassi colmi di libri e pubblicazioni, tra cui ieri sera spiccavano Valzer con Bashir a fumetti e Il Morandini (Casablanca batte American Beauty 4 a 2).

I contrasti, che sono spesso inflazionati nella progettazione d’interni, qui sono ben dosati e raggiungono l’apice nella mattonella quadrata smaltata della zona cucina che si incontra con il bancone di vetro acidato e gli sgabelli colorati, sicuramente pezzi di design.

Al terzo giorno di neve (a bari nevica e non atterrano gli aerei), su uno sgabello verde, con un boccone di tonno crudo e una bottiglia di vino rosso, ho avuto caldo.


Seconde possibilità, nuove vite

ovvero, tornare a sentirsi a casa nella nuova taverna nuova.

Dopo la serata inaugurale in un cantiere privo di fornitura bar, di tavoli e di luci, avevamo deciso di non metter più piede nella taverna nuova. Il motivo vero era che non si riusciva a riconoscerla, nella sua veste troppo per bene, era stata ribattezzata la taverna del borghese . Scontenti per aver perso il rifugio felice e accogliente abbiamo pensato ieri, un venerdi sera da lupi ( lavorare fino a tardi, freddo che entra nelle ossa, timore di trovare la città vecchia straripante della variegata umanità che è capace di ospitare ) di darle una seconda occasione.

Le facce che fa piacere vedere, i vestiti che non stancano, le donne, le donne vere, non da esposizione, quelle che ti vien voglia di abbracciare e dire: grazie per essere così vera! Su una parete foto che documentano una parte forte della mia vita, foto scattate da un amico dall’inconfondibile bianconero forte: i luoghi della città che sentiamo appartenerci sempre più. Non è estranea questa Bari, siamo noi.  E siamo Noi.

La Taverna del Borghese è effettivamente la Taverna del Borghese. E’ un altro posto. I tavolini in legno, feticcio di un mondo che non c’è, infastidiscono.

Che Guevara è solo marketing, di quella vecchia aurea da posto “easy” non c’è più niente. La zavorra che la nuova taverna si porta dietro è praticamente impossibile da dimenticare, da ridimensionare.

Ma dopo lo shock del cantiere all’inaugurazione, abbiamo trovato un posto bello. Forse non affascinante, forse un po’ asettico, forse un po’ “ma anche”. Le birre sono sempre le stesse, e questo mi aiuterà a tornarci sempre: la Tennent’s rimane sempre la mia fornitura preferita.

Non so come fosse stato quel Cuba Libre, ma ho visto la preparazione, e la scelta del Bacardi bianco, quindi credo sia tutto assolutamente apposto. (veniva giù bene, senza stonare. ndm)

Abbiamo visto un caro amico a servire i tavoli. Tanta era la confidenza che ci ha abbastanza ignorato. E così, la categoria “mangiare” è solo un artificio descrittivo. Di mangiare non abbiamo mangiato. Abbiamo bevuto, a stomaco vuoto. E fumato subito dopo, e non le sigarette. A stomaco vuoto, fino all’intervento del Gabbiano. E poi la Punto.

Chi lo doveva dire ieri sera.

Si fatt’ la uàscezze! e chiedo perdono per la trascrizione

2009_01180012Alzi la mano (o mandi un poke) chi non ha mai partecipato al rito della ricerca del tavolo libero il sabato sera nella città vecchia. E’ capitato anche a noi di partire da casa/lavoro, dopo una giornata degna di un niuyorkese in trasferta a Bari, con la sola idea di passare una serata tra amici senza dare importanza al posto. Nella lista delle preferenze si parte dai soliti noti e sempreverdi Tana libera tutti, in Bocca al Luppolo, le Mura (coming soon, abbiate pazienza). Quelli che per noi sono locali per tutta la settimana, il sabato diventano mete privilegiate di comitive numerisissime, assiepate all’ingresso in attesa di untavoloperdiciotto!.

Senza molto pensarci ci addentriamo in un vicolo, seguiamo l’istinto, entriamo, chiediamo un tavolo per 4. Subito accontentati. Ginger nota un cestino con delle margherite (che scopriamo essere finte), apprezzo le luci calde e ben disposte, le candele accese su ogni tavolo che illuminano davvero (non come i lumini di certi ristoranti) e fanno tanto osteria. Poca caciara, voci educate, cameriere sorridenti nonostante sia sabato sera e abbiamo tutte le ragioni per non esserlo. Rapido sguardo al menu. I maschietti non hanno dubbi e partono con le ordinazioni..

Odio le code. Per evitare attese e noie faccio cose illegali. Tipo parcheggiare in divieto di sosta e fermata da 5 anni, sempre nello stesso posto. Quando verranno a prendermi la macchina e mi metteranno un autografo da 85€, sarà la tassa più bella della mia vita.

Perciò stupii quando le Uascezze (per i non baresi: un’ubriacatura godereccia) ci riservano quattro posti vuoti, con due candele, con le luci soffuse. Era la mia prima volta lì, un posto mitico ma mai solcato.

Ecco a voi un sabato fortunato, lo sarebbe stato anche se non avessimo trovato un piatto, chiamato “Super Uascezze”, lì, pronto a rimodulare la nostra idea di grande mangiata.

Tutto: burrata bufala felino cotto crudo mortadella auricchio gorgonzola, in quantità industriali (anche Roccia è sazio a fine serata, per dirvi). Il vinello della casa, le mandorle salate (il più insospettabile, e sorprendentemente azzeccato, degli accompagnamenti ad un primitivo). Tutto giusto, posto compreso. Bari Vecchia, nel cuore, nel top della città. Ci ritorneremo. E ci ritornerete anche voi, che magari questa volta avevate qualcosa da insegnarmi, visto che ero un pischello delle Uascezze (del posto, non del significato della parola).

Quella che ha scritto in rosso oggi è proprio in vena di puntalizzazioni: l’altro autore ha dimenticato che nel piatto super Uascezze c’erano anche due ricottine delicatissime (eh, le cose delicate ai giovanetti fanno il solletico) e il lardo. Buono che si scioglieva in bocca,  sul pane arrostito.

Non ci tignerete con le sale da tè

dsc_0205- Ti porto in un posto, è qui vicino.

- Ma non è giusto, ci stiamo avvicinando a dove devi andare tu

- Sempre a dire stai. Eccoci.

- Uh.

Entriamo come una coppia di giovani pseudointellequalcosa infreddoliti (non potrei mai immaginare di vivere più a nord di Roma: inverni troppo rigidi, precipitazioni frequenti, neve!!..), ci sediamo ad un tavolino vicinissimo alla scelta dei vini, ordiniamo caffè, ci portano anche i biscottini.

La perfezione in una caffetteria..non fosse stato per una pessima stampa che ritrae noti personaggi politici (nazionali e locali) in una foto di famiglia (con tanto di  Vespa-cagnolino) e la radio sintonizzata su una frequenza da casalinga il sabato mattina.

La Champagnerie, in via Roberto da Bari 99. E non crediate che abbiamo finito qui con via Roberto da Bari.

Due caffè 4 euri. Mo!, direte voi. Ma vuoi mettere…

ti danno i biscottini, ti fanno sentire in un altro mondo (certo, la musica la potrebbero anche cambiare…), il posto è bellissimo, è nel pieno centro della città, la Milano del Sud, uguale a Milano ma dove si lavora un quarto. E in ogni caso la Champagnerie ti da (ma l’accento si mette? Oramai ho gli incubi e temo che venga Sasso a correggermi) una sensazione che sto imparando ad apprezzare sempre di più:

lì, ti puoi isolare dal mondo.

Puoi spegnere tutto a partire dal cervello, torni rinfrancato. Non a caso, chiuderei con l’altra riflessione pragmatica sul posto.

Essendo una champagnerie, ha un muro pieno di vini, secondo me costosissimi, secondo me buonissimi. Gli ultimi scaffali sono tutti per i superalcolici. Ecco, secondo me la Champagnerie è un ottimo posto per ubriacarsi immaginando i caffè intellettuali di un paio di secoli fa.

our sushi

my-sushi

ok, allora la serata cinema la spostiamo a mercoledì
cinema + sushi

perfetto
riesci ad arrivare fino a mercoledì?
sarà difficile
bene
(liberamente estratto e adattato da “La nostra storia nacque e crebbe su internet”)

Non è un posto da sashimi. Per il Sashimi, sentite a me, andate al Pane e Le Rose (anzi, sentite a me, aspettate la nostra recensione). Per tutto il resto My sushi si difende, talvolta stupisce. Certo, non è il sushi Bar di Lafayette a Parigi, non è Wasabi, la catena di take-away di Londra (due volte sono andato, e due volte mi sono andato a schiantare in quello di Oxford Street, vicino a Soho Square, dove poi mi sono rintanato a mangiare. Prometto che recensiremo anche quello), ma si difende.

Cosa vi consigliamo? Sicuramente i maki, quelli grossi, con il tonno cotto. Mai visti da nessun’altra parte, probabilmente non fanno nemmeno parte della tradizione nipponica. E forse per questo li apprezziamo di più. Il sushi è accettabile, il nigiri anche (meglio il salmone del tonno). Per le insalate di fiore di loto non dovete chiedere a me.

Ah, per tutti quelli che non sono mai stati in un ristorante giapponese, sfatiamo due tabù:

1. Mangiare nipponico costa, ma non costa molto di più di una pizza e birra.

2. A quel prezzo, esci dal ristorante (almeno da Mysushi) sazio. Provare per credere.

il buongiorno si vede da alcuni mattini

Via Roberto da Bari è magica. Al 122 c’è un posto che da fuori dici che è un bar, dopo che ci entri non lo dici più. E non è mica per il caffè o per i the ( si può chiedere la carta dei the, provare per credere). Secondo me è colpa delle luci, della musica (niente RDS, Love FM o Radio KissKiss mattutine, ergo niente Jovanotti e Ligabue, Meneguzzi e Pausini) e della varietà di meraviglie alle pareti (di un confortevolissimo colore caldo). Poi ci sono il giornale sul supporto rigido per sfogliarlo tenendolo senza problemi con la mano libera dalla tazzina del caffè,  il signore alla cassa che indossa giacche mai nere  e ha una voce rassicurante, di quelle che fa piacere salutare la mattina, gli abitudinari che chiaccherano con il barista e che dicono ciao quando entrano, come entrassero in cucina a casa a fare colazione, solo che sono vestiti meglio.

Al 122 di via Roberto da Bari c’è un posto magico che, se ti siedi a prendere un caffè, quando esci la giornata è già migliore.

C’è chi ha poca fantasia e in un bar varia tra espressini e caffè, abbinando cornetti quando lo stomaco o il senso di colpa danno l’ok, dopo aver vagliato attentamente le ultime 24 ore di percorso enogastronomico.

E c’è chi invece si emoziona giustamente per una bacchetta piena di zucchero che attende di tuffarsi in uno dei 450 tè con aromi speciali che si possono trovare nel Baretto. In un angolo ci sono divanetti neri, che sono perfettamente a tono con il posto, ogni tanto si parla di Bari, a volte alcuni avventori commentano con disgusto le pseudo-luci di natale, altre volte si danno improbabili nomi alle cose e alle persone.

Devo ancora provare l’aperitivo, o il whisky, magari con un occhio e mezzo alla Gazzetta dello Sport, per vedere quando mi portano via Cassano e se in cambio mi danno qualcosa di bello oppure no. Sembra un posto in cui esiste uno zoccolo duro di avventori, verosimilmente ricchi (inutile nasconderlo, il Baretto è un bar borghese, ma genuinamente borghese), professionisti, avvocati, spiantati.

Il Baretto è un angolo della città, del centro cittadino, in cui il tempo va più piano. Ed è più bello. Ci ripromettiamo di viverlo non solo a colazione, per vedere se le proprietà di zona franca rispetto alla routine (frenetica) della vita quotidiana sono invasive e meravigliosamente liberatorie anche in altre parti della giornata.

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