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Tre per sei tredici: il Grottino

grottinoUna stanza a piano terra nel cuore pulsante del quartiere Libertà. Una stanza voltata e imbiancata con piastrelle di cotto smaltato bianco fino a un metro e mezzo. Sei metri per sei in cui è piazzato un divisorio che nasconde una toilette sempre pulita, forse perchè nessuno la usa (immagino la scena: scusi, dov’è la toilette? e la risposta quantomeno seccata, per non dire altro, del signor Iurlo), e uno sgabuzzino o stanza delle meraviglie o chissà cosa. Sei tavolini di plastica e una ventina di sedie dello stesso materiale, più una “speciale”. Coperto essenziale ma che regala emozioni: tovaglia di carta quadrettata arancione, bicchieri di plastica (inutili in caso di Peroni personale), coltello tagliente, forchetta per chi osa usarla e tovagliolini che si alternano tra i classici bianchi e quelli verdi plasticati, probabili bottini di ristorazioni ospedaliere.

Sulle pareti due mensole con trofei e vasi di discutibile gusto, qualche stampa che scalda il cuore dei baresi. Luce bianca a risparmio energetico, infilata in una lampada che boh..

Nel “forno” trovano posto una cassa, il forno vero e proprio e il bancone messo di traverso per guadagnare spazio.

Se alla prima visita non vi conquista l’ambiente, ci pensano le pizze e il servizio a farvi cadere nella trappola del Grottino. E, fidatevi di una che giudica un posto a partire dall’lluminazione, dopo la seconda volta anche la luce al neon vi sembrerà una creazione di Sottsass per Artemide.

Il Grottino a me piace per le domande.

Facciamo gli antipasti o direttamente le pizze?

E’ la risposta a questa domanda a dividere gli uomini dai ragazzi. Noi, complice la presenza dei coniugi Shardo, alla prima assoluta nel covo che ha visto numerose incredibili serate, numerose incredibili compagnie, gli avventori più inimmaginabili (non necessariamente al tavolo da noi occupato), ci siamo messi dalla parte del giusto. Antipasti.

Per me il top è rappresentato dai funghi con il pan grattato. Il forno a legna può trasformare un cibo povero in una sorta di capolavoro. Shardo si concentra sulla stracciatella, ne prende un piatto per uso personale. C’è poi la salsiccia di Norcia (la salsiccia, non il salame. Queste distinzioni sono essenziali), che spesso friccica ancora quando viene servita. E la scamorza affumicata, che da sola meriterebbe un post.

Da bere cosa volete?

La domanda è faziosa: ci si orienta tra categorie merceologiche più che tra specialità. L’acqua è l’acqua, la birra è la Peroni.

Le pizze le facciamo al centro?

Domanda discutibile dal punto di vista semantico, è in realtà un crocevia fondamentale per il gruppo, che decide di essere un’unica forza semovente capace di trangugiare l’impossibile, ma unito dalle stesse stimolazioni papillari, uniti verso l’indigestione, o se piuttosto si è un non-gruppo, in cui la borghese pizza personale ha la meglio sulla solidarietà. La pizza al centro potrebbe addirittura rappresentare il riscatto della sinistra.

Cosa volete?

E’ una domanda retorica. Pino Iurlo ha già deciso:

  • zucchine, cotto e pan grattato;
  • norcia e bufala;
  • melanzane e pan grattato;
  • quattro formaggi chiusa (spenderei una frase per questa navicella spaziale: doppia massa, fatta come un calzone, con la preparazione della 4 formaggi e la salsiccia di Norcia all’interno di una bomba calorica assoluta. Le parole non basteranno mai a descrivere);
  • funghi e olio di tartufo (novità assoluta che Pino ci ha fatto sperimentare. Odore fortissimo, idea ottima)

Volete altre pizze?

E’ un modo elegante per cacciarvi. La gente spinge, e ha ragione. In una pizzeria di 3 metri per 6 con le pizze più buone di Bari, il ricambio deve essere altissimo. E io mi sento sempre in dovere di alzarmi quando me lo chiedono, perchè io vorrei non aspettare quando arriva. E mentre stai per essere proiettato in una dimensione extra-pizza, fatta di peristalsi complicate e digestioni aiutate da alcolici fortissimi, giunge il prezzo:

13 €. No comment.

Il Grottino è il luogo delle domande. E alla domanda:

Mi fermo?

Fu la risposta, un seccato “pfiu” (l’onomatopea non rende, ma avete capito il senso), detto d’istinto, ad aver messo il cappello su una cena favolosa.


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